Re-enactments

Palazzo Reale | Musei Reali di Torino

Innumerevoli artisti hanno tratto ispirazione dall’immaginario cinematografico per decostruire il linguaggio e le strutture narrative del cinema tradizionale, interrogare il rapporto tra modalità di rappresentazione e modelli identitari codificati, riconfigurare l'esperienza dello spettatore e – in un gioco di appropriazioni, citazioni e rimandi – dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo.

Re-enactments, a cura di Giovanna Fazzuoli e Giulia Magno, esplora il mutevole territorio di confine tra cinema, video e arte contemporanea, instaurando un dialogo tra una selezione di film d’artista e i capolavori della storia del cinema che – da Buñuel a Hitchcock, da Pasolini a Polański – ne hanno costituito l’originaria fonte di ispirazione.

 

La serata di apertura è dedicata a due diverse interpretazioni del mito di Medea: quella di Pasolini (1969) e quella della video-artista austriaca Ursula Mayer (2013), premiata alla Whitechapel Gallery con il Derek Jarman Award for Radical Filmmaking.

La tragedia di Euripide contrappone due mondi inconciliabili: l’universo arcaico e ieratico di Medea e il mondo razionale e pragmatico di Giasone. Lo scontro tra i due protagonisti e gli opposti sistemi di cui sono rappresentanti pone l’eterna questione della coesistenza tra culture differenti nel mondo globalizzato. Ursula Mayer rende omaggio a Pasolini ambientando la sua trasfigurazione del mito tragico tra i paesaggi rocciosi della Cappadocia. Se Pasolini aveva scelto come protagonista femminile un’icona internazionale come Maria Callas, nell'opera sperimentale di Mayer i ruoli di Medea e Giasone – figure archetipiche dell’opposizione binaria maschile/femminile – sono entrambi interpretati dalla musicista electro-punk e icona queer JD Samson (MEN, Le Tigre). Figura ibrida di raccordo tra dimensione mitica e mondo moderno, JD Samson diviene un simbolo del superamento delle frontiere identitarie, culturali e di genere.

A sinistra: Chinatown (Roman Polański, 1974).

A destrat: After Chinatown (Ming Wong, 2012).

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PROGRAMMA

BOOKLET

Il secondo capitolo è dedicato a quello che François Truffaut ha definito “un film sul cinema”. Intento a spiare i vicini dalla finestra ancorato alla sua sedia a rotelle, il protagonista de La finestra sul cortile (Rear Window, 1954) L.B. “Jeff” Jeffries (James Stewart) riflette la condizione voyeuristica che caratterizza lo spettatore cinematografico. Presentato alla 68ª edizione del Festival di Berlino, Accidence (2018) porta il voyeurismo del classico di Hitchcock alle sue estreme conseguenze. Articolata in un’unica inquadratura di nove minuti, l’azione si svolge simultaneamente su trenta balconi di una palazzina della città canadese di Winnipeg. Uno di essi è stato teatro di un misterioso omicidio, destinato a rivelarsi il primo tassello di un intricato puzzle di misteriosi accadimenti. Spinto da un senso di morbosa curiosità, lo sguardo dello spettatore/voyeur non può fare a meno di errare da una finestra all’altra nel tentativo di ricostruire le fila del complesso intreccio narrativo.

A sinistra: Dante e Virgilio incontrano Sapìa tra gli invidiosi, incisione di Gustave Doré (1832-1883).

A destra: Un fotogramma dipinto a mano tratto da The Dante Quartet (Stan Brakhage, 1967).

Il percorso prosegue con “un film sugli anni Trenta, ma visto con gli occhi dei Settanta”, come Polański definiva il suo Chinatown (1974), rivisto con gli occhi di oggi dell’artista singaporiano Ming Wong. Incapace di raccogliere l’invito a dimenticare che conclude il grande capolavoro di Polański – “Forget it, Jake, it's Chinatown” –, Ming Wong ci conduce in un viaggio di ricerca sulla valenza simbolica che Chinatown ha assunto nella storia del cinema. Ripercorrendo il viaggio che condusse i primi migranti cinesi da Hong Kong alla California, l’artista veste i panni del detective (Jack Nicholson) e della femme fatale (Faye Dunaway), portando avanti la riflessione di Polański sugli stilemi e i modelli identitari del genere noir.

 

Nel capitolo conclusivo, l’artista tedesco Julian Rosefeldt rende omaggio al capolavoro surrealista L’âge d’or, seconda collaborazione tra Luis Buñuel e Salvador Dalí, considerata sovversiva e scandalosa fin dalla sua prima apparizione parigina del 1930. Buñuel si avvalse del motivo dell’amour fou per dissacrare le restrizioni morali e i tabù imposti dalle istituzioni borghesi del suo tempo: la Chiesa, lo Stato, l’esercito. Interpretando l’improvviso abbandono del protagonista Gaston Modot da parte dell'amata Lya Lys come un manifesto femminista ante litteram, Rosefeldt mette in scena una grottesca età dell’oro dominata dalla lussuria e dalla sessualità femminile. Dopo aver tentato il suicidio lanciandosi dalla finestra, il protagonista di Deep Gold si risveglia smarrito e confuso in una onirica Berlino degli anni Venti – tra bordelli, cabaret, truffatori, prostitute e personaggi che si aggirano nudi e indisturbati per le strade della città.

A sinistra: La finestra sul cortile (Rear Window, Alfred Hitchcock, 1954).

A destra: Accidence (Guy Maddin, Evan Johnson & Galen Johnson, 2018).

Nothing is original.

Steal from anywhere that resonates with inspiration or fuels your imagination.

— Jim Jarmusch

It’s not where you take things from—it’s where you take them to.

— Jean-Luc Godard

 

 

13 Luglio

 

Ursula Mayer, Medea

Regno Unito, 2013, 13’

Pier Paolo Pasolini, Medea

Italia, Francia, Germania, 1969, 118’

 

14 Luglio

 

Guy Maddin, Evan Johnson, Galen Johnson, Accidence

Canada, 2018, 9’

Alfred Hitchcock, La finestra sul cortile (Rear Window)

Stati Uniti, 1954, 112’

 

23 Luglio

 

Ming Wong, After Chinatown

Stati Uniti, 2012, 7’

Roman Polański, Chinatown

Stati Uniti, 1974, 130’

 

26 Luglio

 

Julian Rosefeldt, Deep Gold

Germania, 2013/2014, 18’

Luis Buñuel, L’âge d’or

Francia, 1930, 63’ [+ performance musicale live]

Programma

A sinistra: L’âge d’or (Luis Buñuel, 1930).

A destra: Deep Gold (Julian Rosefeldt, 2013/2014)

© Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2019.